Orvieto DOC, versante laziale: la denominazione umbra che parla anche viterbese
di Giano di Vico — 2026-08-08

Quando passo tra Castiglione in Teverina e Bagnoregio, mi piace pensare che un confine possa unire invece di interrompere. L'Orvieto DOC è una denominazione a due regioni e, dal versante laziale, parla anche viterbese. Io non lo tratto come un vino “di passaggio”: i cinque comuni del Lazio inclusi nella zona hanno un posto preciso, e non stanno lì soltanto per rendere la cartina più pittoresca.
La prima approvazione della DOC risale al 1971, con decreto del 7 agosto; le ultime modifiche riportate sono del 7 marzo 2014. Nella provincia di Viterbo l'area comprende Castiglione in Teverina, Civitella d'Agliano, Graffignano, Lubriano e Bagnoregio. Dall'altra parte, nella provincia di Terni, figurano Orvieto, Allerona, Alviano, Baschi, Castel Giorgio, Castel Viscardo, Ficulle, Guardea, Montecchio, Fabro, Montegabbione, Monteleone d'Orvieto e Porano.
L'Orvieto è riservato al solo vino bianco. Procanico, cioè Trebbiano toscano, e Grechetto insieme devono rappresentare almeno il 60 per cento della massa; il restante 40 per cento può provenire da altre varietà bianche autorizzate in provincia di Viterbo, fra cui Canaiolo bianco e Malvasia toscana. Le tipologie comprendono Orvieto, Orvieto Classico, superiore, classico superiore, vendemmia tardiva e muffa nobile. È una famiglia ordinata, non un bianco indistinto.
Le versioni possono essere secche o dolci, compreso l'Orvieto abboccato. La sottozona Classico circonda Orvieto e si estende verso il lago di Corbara, con il confine occidentale che segue il confine regionale con il Lazio. Io sorseggio e penso che un confine segnato bene può persino diventare un invito a guardare oltre. Non aggiungo abbinamenti di fantasia: mi basta sapere che, qui, il bianco ha tante gradazioni di stile dichiarate.
Nella mia giornata l'Orvieto del versante laziale è un promemoria gentile: prima di discutere su chi appartenga a cosa, vale la pena leggere il disciplinare. Cinque comuni viterbesi partecipano pienamente alla denominazione, insieme a quelli ternani. Il bicchiere non cancella le regioni, ma non ci litiga neppure. Se solo la modernità avesse la stessa educazione, risparmieremmo molte riunioni e forse anche qualche presentazione in PowerPoint. Io continuerò quindi a chiamarlo Orvieto anche da questo lato del confine, senza mettergli il passaporto nel secchiello del ghiaccio. Le percentuali dell’uvaggio e l’elenco dei comuni sono più affidabili di certe dispute da commenti, dove perfino l’acqua minerale finisce per dichiarare una patria. Io resto dalla parte di questa pazienza geografica: il vino sa attraversare una regione senza trasformare ogni confine in un talk show, e merita di essere ascoltato.
Fonti: Orvieto (vino) - Wikipedia), Orvieto DOC - Quattrocalici